Graziana Garofalo

Chi sono i Bartleby?

Enrique Vila-Matas ce lo racconta in questo strepitoso libro, tessendo una ricca trama della letteratura del No, intrecciando episodi e biografie di scrittori che hanno, impudentemente o accidentalmente, smesso di scrivere. “Mi accingo dunque a passeggiare nel labirinto del No, lungo i sentieri della più inquietante e attraente tendenza delle letterature contemporanee: una tendenza che…

Manifesto per il nuovo anno

Graziana Garofalo

“Sono moltissimi anni che nel mondo non arriva un anno nuovo. Almeno nel mondo che conosciamo meglio e chiamiamo Occidente. Per i morti non c’è anno nuovo e forse non c’è neppure per il nostro Occidente. Quella che chiamano crisi non è altro che una gigantesca opera di rimozione: il mondo è simbolicamente morto, ma per non dircelo pensiamo che abbia bisogno di crescere. L’anno nuovo sarebbe tale se fossimo in grado di fare un felice funerale al nostro mondo.

C’è bisogno di una cerimonia ben più solenne del rituale scambio di auguri. Più che di un veglione, è necessaria una lunga veglia collettiva intorno all’agonia ciarliera del nostro Occidente. Un modo per raccontarci miserie e prodigi prima di inumarlo e cominciare a vivere senza di esso. Non sarà facile. Non c’è un altrove che sia già pronto. Manca il sentimento della cosa ulteriore o del futuro, ma è una mancanza apparente, il futuro arriva, arriva sempre. […]

Un anno nuovo è possibile solo se ci muniamo di una nuova filosofia e di una nuova teologia. Non è il nuovo governo la nostra salvezza, non è l’Europa delle banche, non è il circuito lavoro, stipendio, spesa. Dobbiamo seppellire la nostra presunzione di specie e aprire una stagione in cui prendiamo atto che c’è la peste. Questa peste possiamo chiamarla autismo corale. Non uccide, corrode i legami anche quando li alimenta. […]

La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo niente da dirci, che non crediamo più agli altri e neppure a noi stessi. In un contesto del genere è veramente penoso vedere come la politica continui a restringere il proprio raggio d’azione spirituale. È un esercizio tecnico in cui il cinismo e la mediocrità vengono scambiati per atti eroici. Non abbiamo bisogno di politicanti che sanno di aria cattiva, che non amano la poesia, non amano i cimiteri, non sono interessati ai tramonti, ai grandi libri, ai gatti. Basta con gli untori dell’opinionismo, quelli che ogni stagione è sempre la loro stagione, quelli che anche con il sole c’è brutto tempo sulla loro faccia. […]

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane, di gente che ama gli alberi e riconosce il vento. Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione. Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore, attenzione ai ragazzi che crescono, attenzione anche a un semplice lampione, a un muro scrostato, a una qualunque macchina che passa per strada.

Un anno nuovo sarebbe veramente tale se portasse la politica alla poesia e non la poesia alla politica. Invece avremo un po’ di fotoshop elettorale, con annesse penose trasmissioni televisive in cui si dice tutto tranne l’essenziale. […]

Il mondo ha bisogno di essere amato e accudito, prima di essere pianificato o portato chissà dove. Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza.

Dobbiamo accordarci dopo aver esplicitato i conflitti, dopo aver compreso che il mondo non è solo nostro e quello che facciamo pensando solo a noi stessi è una forma di suicidio.

Un anno nuovo è veramente tale se mettiamo a fuoco un nuovo modo di sentire e percepire. Assistiamo a una grande confusione non solo nel campo della politica, ma anche nell’universo sentimentale. Le donne uccise sono solo la punta di un malessere molto profondo che avvolge il nostro dare e avere nei rapporti con gli altri. Bisogna ristabilire un equilibrio nella dialettica tra egoismo e altruismo, tra cura di sé e cura dell’altro. Non si può usare il sesso come un ansiolitico. Non possiamo continuare a prenderci e lasciarci convulsamente in una sorta di mercato dei sentimenti in cui gli stracci e le stoffe preziose stanno alla rinfusa. Dobbiamo imparare a stare soli e a farci compagnia .

Le nostre nevrosi troppo spesso sono l’unica maniera con cui riusciamo a raggiungere e a essere raggiunti dagli altri. Appena proviamo a farci del bene cadiamo nella noia. Solo il terribile pare in grado di svegliare la nostra agitata sonnolenza.

Ogni giorno dovremmo cominciarlo con piccoli esercizi di ammirazione, con piccoli esercizi di riabilitazione alla gioia. Istituire una sorta di capodanno tra un giorno e l’altro, tra un’ora e l’altra. Dobbiamo scendere molto in fondo a noi stessi e rimanere ben saldi in superficie assieme agli altri. Senza tenere insieme questi due movimenti non c’è intensità, non c’è bellezza. C’è solo una confusione inerte e il massacro di ciò che è lieve, lento, sacro, inerme. […]”

da Per tornare assieme nella casa del mondo, Franco Arminio

dipinto: Fishermen returning near Naples, Ivan Aivazovsky

Dialoghi con l’ombra

La voce, ora stridula ora cavernosa, di un fool alterna stonature contraffatte, ripetendo convulsamente una dolce e inquietante nenia – che cos’è la letteratura? – La voce distorta rompe l’equilibrio disincantato che tiene insieme il ‘bello’ e il ‘buono’, perché in un luogo cavo qualcuno continua a ridere. Così, i monologhi sbilenchi del giullare si…

Mattoni interiori

Graziana Garofalo

“Questo mattone interiore del libro, della pagina, include innumere pagine, libri infiniti. Posso sfogliare una pagina, e posso sfogliare una parola, anche andare a capo infinite volte di un a capo, leggere un bianco, tacere un suono, di ogni lettera fare un’iniziale. Nulla di ciò sarà mai arbitrario, tutto sarà rigoroso, ubbidiente, devoto. Il libro si dilata, è tendenzialmente infinito. Eppure non è mai fittizio. Un grande libro genererà infiniti libri, e così a loro volta questi ultimi: né vi sarà mai l’ultimo. Questa sorta di commentatore non parlerà delle parole che si leggono, ma di tutte quelle che vi si nascondono; giacché ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre, innumerevoli parole. Cercherà le parole clandestine – a rigore tutte le parole di un libro sono clandestine – non già per farne pubblica merce, ma perché queste sono parole che fanno contrabbando di altre parole, sono travestite, e il loro travestimento, in quanto tale, ha tutti gli innumerevoli significati che solo in un travestimento si possono rintracciare.”

G.Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo.

P.Klee, Avventura della Nave.

 

Misterioso templo

Graziana Garofalo

 

“Volto all’oriente, sei lisce colonne alle fronti di dorica natura, e quattordici ai fianchi, forma un quadrilungo di 177 piedi, due pollici e due linee sopra 74 piedi e dieci pollici di larghezza. Il diametro di tutte le colonne è di 6 piedi, quattro pollici e sei linee; l’altezza di 28 piedi, e sei pollici … E potrei vieppiù continuare se non temessi di tediarvi con altezze e larghezze e volumi, con piedi e pollici e linee … Però non solamente l’architettura, come questa imponente e armoniosa del tempio nostro, che pare nato per forza sua, per evoluzione naturale, e non già per la mente di un qualche architettore che per insipienza o bizzarria tradisce il luogo e la materia, dal caos primordiale, dal calcare informe, dalle sparse rocce che dal cuore del colle affiorano alla luce, non solo l’architettura, ma ogni cosa con una forma è un tempio definito, sottratta vale a dire all’infinito e all’eternità (il corpo umano, la scoltura, la musica, la poesia …) è numero, è numero la terra, la luna, le stelle, l’universo tutto; numero l’amore, l’armonia, la beltade …

Ma costruito dai Troiani o dagli Elìmi, dedicato alla Venere celeste, alla Diana delle cacce o alla Cerere delle messi siciliane, questo tempio sul ciglio d’una latomia, d’un pauroso abisso in cui vi scorre un fiume, privo di sacra cella e copertura, non scanalato nelle colonne o scalpellato nelle bugne dei lastroni, io sòspico gli antichi giammai vollero concludere o finire.

Come porta o passaggio concepire verso l’ignoto, verso l’eternitate e l’infinito. L’ignoto oltre la vita, metafisico, che nei riti notturni e sotto il cielo stellato le madri, per la gran Madre comune e originaria, vollero sondare; l’eternità indietro da cui viene e avanti in cui trapassa l’incompiuto tempio e inanimato, e ogni vita, labile granello, favilla d’un istante; l’infinito oltre questo tempio, questi colli, questo paesaggio petroso di Tebaide, oltre quest’isola dal passato morto, dal presente tumultuoso e tragico per cui ora mi sogno di viaggiare.

Sedetti sullo stilòbate, fra le colonne, sotto l’architrave, da cui pendeva e oscillava al vento il cappero, il rovo, l’euforbia, a contemplare il deserto spazio, ascoltare il silenzio spesso su codesto luogo. Un silenzio ancora più smarrente per lo strider delle gazze, dei corvi che neri sopra il cielo del tempio e sopra il vuoto della gran voragine grevi volteggiavano, per il frinire lungo di cicale e il gorgogliar delle acque del Crinisio o Scamandro che dall’abisso, eco sopra eco si levava.”

 

Retablo, Vincenzo Consolo

Essere Phil

  Questa non è una biografia. È molto di più. La stessa esistenza di Dick è un romanzo dalle mille trame, percorsi paralleli e alterni, personaggi contraffatti, esistenze o persistenze impossibili, inverificabili. La penna di Carrère ne ha sviscerato i sogni e gli incubi migliori, ne ha immaginato le atmosfere, i suoni, gli odori, ne…

Grecia e Sicilia

Graziana Garofalo

“Pittori o poeti, hanno tutti bisogno di un grande paese esclusivamente loro, quello dei propri sogni. I loro poemi, i loro quadri, sono gli appunti di viaggio, gli schizzi dell’esploratore; essi tracciano i confini di quelle terre sconosciute, dalle quali il Champlain o il De Gama che è in loro se ne andrà via, quando saranno invase dalle folle; ma se ne andranno solo per cercare altrove, e ancora più lontano, il Salento o l’Eldorado personale, e le Isole Felici, il Promontorio delle Essenze Aromatiche o quello degli Spaventi. Intere generazioni hanno trovato nella tradizione greca la chiave d’ingresso ai Campi Elisi. Essa ha risolto il duplice problema comportato da un sistema simbolico tanto articolato da consentire le più complete confessioni personali, e tanto generico da poter essere immediatamente recepito; anche un accenno di lettura di una rivista di poesia contemporanea, o un solo sguardo a un’esposizione di quadri – dove si esprime il lavoro di ogni singolo poeta o pittore, teso a ricreare dal caos un codice personale di segni – ci mostra fino a quale punto il muoversi delle idee possa risentire di questa mancanza di riferimenti universalmente accettati. Da Virgilio a Paul Valery, questa tradizione ha schiuso a tutti loro le porte di un paese sufficientemente vasto da consentire a ognuno di stabilirvi il proprio distretto, abbastanza deserto per potervi passeggiare nudi, ma al tempo stesso popolato da fantasmi che cantano. Molto presto, e a sicuro vantaggio dell’immaginazione dell’uomo, il prestigio dei miti ha lentamente trasformato in concetti mitologici i luoghi stessi dove il mito aveva avuto origine, stabilendo così un vasto paese fittizio in parallelo a quello segnato sulle carte, dove Citera e Lesbo sono isole, ma anche luoghi da cui osservare le passioni; un paese che comprende le Porte degli Inferi, ma anche il golfo di Corinto; dove l’Arcadia somiglia a volte alla Provenza, a volte all’Inghilterra; si estende ad est nelle leggende del vicino Oriente, dove ogni pittore riedifica secondo il suo estro Gerusalemme o Costantinopoli; e si estende ad ovest, lungo le mura di una Roma i cui cittadini sfoggiano il berretto frigio e le picche della Convenzione. I cinquecento anni del giogo turco, che ridussero la Grecia a terra pressoché inesplorata, a proposito della quale Racine chiedeva ragguagli all’ambasciatore di Francia, hanno forse contribuito a questa sovrapposizione di paesi immaginari ai paesi reali; ma una simile trasfigurazione si era già verificata presso gli stessi Greci: nel coro dell’Edipo a Colono, in cui Sofocle contribuisce alla creazione di un’Atene leggendaria; nel fregio del Partenone, nel quale i magistrati e le reclute si distinguono a stento dagli dèi, nel discorso attribuito da Tucidide a Pericle, dove Atene assurge a luogo ideale quanto la Repubblica di Platone. Di questa Grecia leggendaria, Pausania sarà il turista, Plutarco il cronista e Adriano il generoso mecenate.”

Pellegrina e Straniera, M. Yourcenar

Il mondo nuovo

Graziana Garofalo

“Puntò il piede sulla vanga e la conficcò fieramente nel terreno duro. “Ciò che sono le mosche per i bambini crudeli siamo noi per gli Dei; essi ci uccidono per il loro divertimento”. Un nuovo tono; parole che si proclamavano vere, più vere in un certo senso della loro stessa verità. Eppure quello stesso Gloucester aveva chiamato gli Dei sempre amabili. “D’altra parte il meglio del suo riposo è il sonno, e tu te lo procuri spesso da te; tuttavia temi, hai una paura folle della morte, che non è niente di più.” Niente di più del sonno. Dormire. Sognare forse.

La vanga urtò contro un sasso; egli si chinò per raccoglierlo.

E poi questo sonno della morte, quali sogni?

Un ronzio sopra la sua testa era diventato un rombo; e improvvisamente ci fu qualche cosa tra il sole e lui. Egli guardò in alto, sobbalzò fuori dal suo vangare, fuori dai suoi pensieri; alzò gli occhi in uno sbalordimento abbacinato, mentre il suo spirito errava ancora nell’altro mondo più vero della verità, ancora concentrato sulle immensità della morte e della divinità: alzò la testa e vide, in alto e vicino, lo sciame dei velivoli volteggianti. Arrivarono come delle cavallette restarono sospesi, discendevano tutt’attorno a lui nella brughiera.”

Aldous Huxley, Il mondo nuovo

foto: Escher, Mano con sfera riflettente

Diventare personaggio

  Andrea Camilleri s’è fatto personaggio in carne e ossa, la proclamazione è avvenuta al teatro greco di Siracusa l’11 giugno, davanti a cinquemila persone. Lo snocciolarsi dei racconti si è svolto all’interno di un monologo durato un’ora e mezza. Camilleri si è fatto Tiresia e insieme al pubblico ha solcato il mare del tempo,…

Graziana Garofalo

“Si tratta, mio signore, d’un dramma lungo appena una dozzina di parole; il più breve, insomma, di cui abbia mai avuto notizia: eppure direi che vi sia almeno una dozzina di parole di soverchio, e questo lo rende prolisso. Ché in tutto il dramma non v’imbattereste né in una parola appropriata né in un attore tagliato veramente per la sua parte. E non pertanto, signor mio, si tratta di una tragedia, perché Piramo, in fin d’essa, s’uccide da sé medesimo. La qual cosa, com’io vi assistetti alla prova generale, m’è forza confessare che mi fece venire le lacrime agli occhi: ma debbo aggiungere che, in tutta la mia vita, non m’è riuscito di versare così gran pianto quanto ne versai per la schiettezza di quel gagliardo riso ond’ero squassato.”

W. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate (in foto R. Magritte, Les mémoires d’un saint)