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Misterioso templo

Graziana Garofalo

 

“Volto all’oriente, sei lisce colonne alle fronti di dorica natura, e quattordici ai fianchi, forma un quadrilungo di 177 piedi, due pollici e due linee sopra 74 piedi e dieci pollici di larghezza. Il diametro di tutte le colonne è di 6 piedi, quattro pollici e sei linee; l’altezza di 28 piedi, e sei pollici … E potrei vieppiù continuare se non temessi di tediarvi con altezze e larghezze e volumi, con piedi e pollici e linee … Però non solamente l’architettura, come questa imponente e armoniosa del tempio nostro, che pare nato per forza sua, per evoluzione naturale, e non già per la mente di un qualche architettore che per insipienza o bizzarria tradisce il luogo e la materia, dal caos primordiale, dal calcare informe, dalle sparse rocce che dal cuore del colle affiorano alla luce, non solo l’architettura, ma ogni cosa con una forma è un tempio definito, sottratta vale a dire all’infinito e all’eternità (il corpo umano, la scoltura, la musica, la poesia …) è numero, è numero la terra, la luna, le stelle, l’universo tutto; numero l’amore, l’armonia, la beltade …

Ma costruito dai Troiani o dagli Elìmi, dedicato alla Venere celeste, alla Diana delle cacce o alla Cerere delle messi siciliane, questo tempio sul ciglio d’una latomia, d’un pauroso abisso in cui vi scorre un fiume, privo di sacra cella e copertura, non scanalato nelle colonne o scalpellato nelle bugne dei lastroni, io sòspico gli antichi giammai vollero concludere o finire.

Come porta o passaggio concepire verso l’ignoto, verso l’eternitate e l’infinito. L’ignoto oltre la vita, metafisico, che nei riti notturni e sotto il cielo stellato le madri, per la gran Madre comune e originaria, vollero sondare; l’eternità indietro da cui viene e avanti in cui trapassa l’incompiuto tempio e inanimato, e ogni vita, labile granello, favilla d’un istante; l’infinito oltre questo tempio, questi colli, questo paesaggio petroso di Tebaide, oltre quest’isola dal passato morto, dal presente tumultuoso e tragico per cui ora mi sogno di viaggiare.

Sedetti sullo stilòbate, fra le colonne, sotto l’architrave, da cui pendeva e oscillava al vento il cappero, il rovo, l’euforbia, a contemplare il deserto spazio, ascoltare il silenzio spesso su codesto luogo. Un silenzio ancora più smarrente per lo strider delle gazze, dei corvi che neri sopra il cielo del tempio e sopra il vuoto della gran voragine grevi volteggiavano, per il frinire lungo di cicale e il gorgogliar delle acque del Crinisio o Scamandro che dall’abisso, eco sopra eco si levava.”

 

Retablo, Vincenzo Consolo

Essere Phil

  Questa non è una biografia. È molto di più. La stessa esistenza di Dick è un romanzo dalle mille trame, percorsi paralleli e alterni, personaggi contraffatti, esistenze o persistenze impossibili, inverificabili. La penna di Carrère ne ha sviscerato i sogni e gli incubi migliori, ne ha immaginato le atmosfere, i suoni, gli odori, ne…