Da quando ho iniziato a parlarti, mentre ripiego la biancheria nei cassetti, mi sono fermata più volte davanti alla parete bianca, proprio lì, davanti a quella strana ferita sul muro (una piccola innocua fessura) che quando mi sdraio – la notte – diventa quasi una bocca e mi vuole parlare. E io, che ho iniziato presto a farlo (me lo hai detto tu) le parlo. Da questa parte di mondo la vita prosegue ancora, continuiamo a mettere gli abiti di scena e riscriviamo nuove insolite biografie, poi ci lasciamo rapire dai colori accesi dell’estate. La vita continua così, mentre ti scrivo una lettera che invio alla galassia che sfiori, ai mari profondi in cui ti specchi, e alle mie stesse mani che somigliano tanto alle tue. Qui tutto procede, la ruota gira, e questa uscita di scena, così repentina, mi lascia ancora tanto incredula che a volte mi ritrovo a cercare il canovaccio “ma in quale cassetto l’avrò messo?” – “ma chi l’ha scritta questa scena?” – “ma siamo proprio sicuri che sia così?”. E continuo a cercare cercare, poi, ripenso a tutta la storia, ma Tutta la storia adesso è diventata un’altra storia, e tutto quello che credevo di sapere adesso si è espanso, ha preso nuove vie, nuove forme. Qui tutto continua … mentre la musica suona e io insapono i bicchieri più di una volta, perché quella tonda trasparenza mi trattiene, e mi fa dimenticare dove sono. E mi piace, mi piace fare e rifare quel gesto continuo, avvolgente e fresco, forse per lucidare una memoria antica, o forse, per esprimere un desiderio. Oggi il mio andirivieni, da una camera all’altra, ha un ritmo preciso. Il quadro che muta al di là delle finestre è verde limone, poi prato giallo, poi palma su cielo azzurro. E i raggi del sole della sera, sempre più obliqui e definiti, disegnano sui muri lanterne magiche di cavallucci e fontane. Continuo a parlarti, mentre apro e richiudo l’armadio, e l’odore di lavanda mi calma il respiro. Da questa parte di mondo tutto continua. I sapori, gli odori, i rumori, le immagini e i pizzicori, come quello di questa puntura di insetto sul braccio. Non ho mai smesso da allora, da quando ballavo e cantavo davanti al jukebox, da quando mi portavi con te al bar e non arrivavo neanche alla sedia, ma mi muovevo nel mondo con un nome che comprendo solo ora. Non ho mai smesso di meravigliarmi per la bellezza di alcuni momenti condivisi, per i giochi tra le vie, per le grandi e grosse gocce di pioggia sul tetto, per l’odore della botte, per il manto soffice del fieno, per la dolcezza dell’uva appena raccolta, per la luna sopra il bagagliaio, e per la mia prima A (di albero) tracciata sull’abecedario, quello che una sera di giugno trovai sul tavolo, e che se chiudo gli occhi, lo vedo e lo tocco. Quella A appena tracciata mi sembrava un tetto, una casa, una faccia, una promessa, o l’indizio di una storia. Accanto disegnai il mio primo albero. E poi non ho più smesso. Non ho mai smesso anche per te che spesso ti voltavi, non ho mai smesso di sorridere per le strane forme di alcune piccole creature, come quel rospo che aveva fatto amicizia col gatto. “Leo è con una buffa!” mi dicesti impassibile –. E io: “con chi???”. Poi incantata seguii quella incredibile coppia di animaletti curiosi fin dentro la loro fiaba, e tu seguisti me, quasi arreso alla meraviglia. Era proprio spassoso sapersi sempre bambina ai tuoi occhi. Non smetterò mai, ma tu lo sai già, lo hai sempre saputo. La curiosità che alimenta il mio cuore, preso da queste strane inclinazioni di umori intensi, mi brucia dentro come un incantesimo. La fragilità di questa vita umana, il suo sguardo a volte perso e arreso, altre volte colmo di luce, di respiro e di innocenza, mi commuove, mi dà forza, e mi spinge a credere che ci sia ancora tanto da fare.
Continuo a parlarti anche adesso che rileggo queste quattro parole appiccicate col mastice, mentre ripenso a quella volta in cui t’ho sorpreso con Montale e il suo contrappeso d’Archimede. Leggevi silenzioso nella mia camera tappezzata di poesie e canzoni. Una pratica che continua tutt’ora. So che continuerai a leggere non visto! Poesia ovunque: sui muri, sui diari, sui tappeti, sul soffitto. Persino sui tronchi e sui pampini. Poesia non vista, origliata, taciuta, pensata. Poesia per chi la teme e per chi l’ha generata. Ma adesso mi placo, il sonno non viene e la sera si è riempita di lucciole. Così scendo a poco a poco tra voci e volti, intanto che la veglia si assottiglia e sfuma. Io continuo a parlarti ancora e ancora, come se domani tu potessi rispondermi, e so, che in qualche modo lo farai.
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