La vegetazione ha ripreso i suoi spazi. E io non posso farci niente. Mi lascio assorbire dal mondo selvaggio, lascio fare. Ripercorro con le dita le linee sinuose dei rampicanti attorno alle statue, l’erba cresce ovunque, cespugli spuntano tra le mattonelle celesti della grande vasca in giardino. Il muro di cinta trabocca di foglie rosse, il terreno è un vortice di quadrifogli impazziti. Peduncoli e steli tra le fessure del selciato, ciuffi d’erba lungo il fianco della facciata. La vegetazione prospera, s’eleva a dismisura senza sosta e invade ogni cosa. Persino i rami del Gelso e dell’Ulivo si sono cuciti un’unica maglia. Tutto cresce selvatico: piante, fiori, capelli. Il sole di giugno ha indorato il campo, tutto è votato all’oro. La casa viola quasi non si vede. Lampeggia tra i bagliori del sole e le alte fronde verdi. È così piccola, così nascosta, così invisibile nella florida campagna. Eppure è lì, presente come un battito, come un piano mobile nel tempo. Niente campanello, niente numero, niente nome, solo un amico gufo nascosto tra i cespugli. Ogni cosa prende vita da sé. E in quel luogo il tempo trascorre al contrario.
Ogni giorno guido verso est. Percorro il viale con la valigia aperta sul sedile anteriore, e con una mano tengo ferme le carte. I fogli si sparpagliano ovunque. Dossi e curve. Su e giù, tutto il tempo, come un mantra. Mentre il cielo azzurro toglie potenza alla mente e allarga il cuore.
Quando arrivo nel quartiere vecchio, il sole delle dieci ridipinge le facciate, splendono bianche le lenzuola appena stese. Un’anziana donna accanto a un portone spalancato mi sorride senza motivo. Entro. La tipografia è un buco polveroso. Calcinacci ovunque, odore d’inchiostro pregnante. Un uomo mi viene incontro e tossisce. Gli chiedo di stamparmi un fascicolo.
Vado in fondo alla via, e mi rallegro per i colori della frutta sul bancone. Decine di mele rosse luccicanti. Una la prendo al volo, sta per rotolare giù. Mi specchio in quel rosso denso, e penso alla stanza tonda che in quei disegni ho immaginato. Progetto una casa senza angoli, e mentre i fogli fuoriescono dalla stampante, tutta la geometria trattiene nelle forme i significati, e li sviluppava per articolare il mondo in continuo mutamento.
Sono seduta accanto alla porta d’ingresso della tipografia, la vecchina si avvicina a me. Continua a sorridermi.
- “Me la regali una mela?”
Sorridendo gliela metto in mano senza esitare. Lei prende un coltello e la taglia in due metà.
- “Se dividi una mela seguendo la linea d’orizzonte, ci trovi dentro una stella. Guarda qui.” – indicando i cinque semi – “La segnaletica dei viandanti è semplice, naturale e nascosta”.
E poi, sorridendo, insieme a lei sussurrai: perché la natura ama nascondersi.

Sono sorpresa. Chi è quella donna? Adesso mi appare meno vecchia, e osservandola meglio mi sembra diversa, i suoi lineamenti mutano, o è la luce abbagliante di giugno che penetra nel vicolo e muta i colori e le forme? Per un attimo credo di averle visto l’universo negli occhi, niente pupille, ma galassie e costellazioni.
Mi porge metà della mela, mi fa notare il modo in cui sono predisposti i cinque semi.
Ogni seme ha un significato. Mi rivela una formula. Mi dice che sono in cammino, e che mi aspettava. Addenta la mela, mi fa cenno di fare lo stesso con la mia parte.
- “Ora che l’hai mangiata, i tuoi sogni saranno portali. Non dimenticarli, indagane i segni. I viandanti hanno il dono e il compito. La casa-mela che vuoi costruire è una nuova dimensione.”
Subito dopo il tipografo esce dal buco polveroso con un fascicolo in mano, mi alzo di scatto, il contenuto della mia borsa si riversa per terra. Della vecchina nessuna traccia. Recupero il rossetto oltre il marciapiede, lo specchietto è in frantumi.
Torno a casa. I miei animali mi attendono. Selvaggi anche loro. Il nero, il rosso e il chiaro. Affamati e ardimentosi. Li quieto sotto l’Ulivo, il vento fresco smuove i rami e i miei pensieri. Vado a dormire. E sogno.
Cammino su un sentiero ricurvo, forse sale, forse scende. Il sentiero costeggia il fianco roccioso di una montagna. È tutto così brillante, così florido, così vivido. Un piccolo serpente bianco lambisce le mie caviglie e mi segue. Poi vedo lui, lo Spirito della Montagna. È una creatura prodigiosa, metà cavallo (lupo e leone), metà umano, forse. Si muove lentamente, si muove quasi nell’aria. Avverto la sua presenza avvicinarsi. Un bagliore dorato gli respira attorno, voglio liberargli la strada, mettermi in un angolo, scomparire. Lo temo? Non so. È così magnetico. Mi passa d’innanzi e trattengo un’emozione di paura mista a meraviglia. “Come mai sei qui?” – ho chiesto – “Cosa sei venuto a fare qui, in questi luoghi onirici dimenticati anche da me stessa?” – “Il guaritore ferito è già passato, è già passato da qui e ti ha vista”. In quell’istante chiudo gli occhi. Un mantra mi risuona in mente: tutto mi attraversa e tutto è attraversato.
Mi sveglio, è giorno – o forse sogno ancora – mi trovo dentro un acino d’uva chiara, come te cara Virginia, e da lì dentro il mondo è così opaco. Mi sento sempre sul punto di nascere. Una goccia che non cade. Prendo la chitarra e la stringo al cuore, il suono delle corde mi conduce nel luogo in cui me ne vado quando vi penso, e di voi non conosco che polverosi e chiari sbuffi nell’aria. Ma dove vivo adesso? Da cosa sono vissuta? Da dove sono arrivata? Sono un vaso, una casa invasa, o un’invasata? Una mela mangiata. Quella di ieri, quella stregata. E questa sostanza continua a scavare, edificare, dipingere e trasformare. Non posso scrivere, non voglio spiegare. Lasciatemi sprofondare. Lasciatemi alla mia Persefone, al canale sotterraneo, al fiume notturno che nessuno osa ascoltare. La mia casa ruota. Le note antiche e future qui si incontrano, e io le lascio fare. Fare. Vorrei nascondermi, scomparire. Ma sono lì, appesa, esitante. Un acino sul punto di cadere. Ci sono-non ci sono. Verrò da voi, antiche creature, verrò da voi. E insieme porteremo qualche dono, un distillato dolce, una nuova canzone. Un arpeggio di mani buone, un sussurro di bocca arresa, un fremito nell’aria che conduce sempre altrove.
Tra le onde di chitarre distorte e fruscii dissonati mi sdraio su un palco inondato dal fumo. La lama dei riflettori taglia la mia figura. Appoggio sul grembo il microfono acceso. Sento mille respiri respirare insieme a me. Siamo tutti dentro di lei, ed è buio, e nuotiamo come pesci d’argento. Spalanco gli occhi verso l’alto, il soffitto è un enorme vinile che ruota, e da lì, dal buco, dall’occhio del pantheon – per qualche istante – penetro un altro mondo.
Sono in una foresta nera. Mi muovo come un animale ferito, con quella noncuranza al dolore che solo gli animali selvatici possiedono. Mi muovo come se non ci fosse quel dolore, e mi concentro sul cammino, tengo il sentiero, guardo l’orizzonte. La zampa sanguina. Ma non un lamento o una perdita d’equilibrio, forse talvolta una nube scura sopra le ciglia e il petto che si stringe colpito da un pugno invisibile. Nulla traspare, anzi, la bellezza s’accende. E quando vi incontro, amici miei, mi venite incontro sorridenti.
- “Quanto sei bella! Vieni, tra un po’ inizia.”
In quei momenti, in quei giorni, dove la vecchia ferita si smaglia per opera degli spiriti, che vogliono che io conosca, e conosca sempre meglio, come se qualcuno avesse sancito da non so quale prospettiva che io possa avere una comprensione ulteriore dei fatti di questo piccolo mondo e delle sue quinte, in quei giorni, si accende dentro di me una consapevolezza fatta di tocchi, tocchi leggeri nell’aria. E dalla bocca mi vengono fuori farfalle, farfalle trasparenti come parole.
Ero una volpe un tempo – ora ricordo – e vagavo nei boschi, tra i pini e gli abeti. Sono sfuggita a un cacciatore, e da bestiola impaurita non seppi far altro che piangere lacrime calde che non sapevo di avere. Non mi crede quasi nessuno.
Sento. Certo, sentire. Il mio è un’onda, m’invade. Riesco a percepire lo sciabordio in sottofondo. Goccia dopo goccia. Tuttavia, senza questo mare io non saprei chi sono. E non sono niente: immaginazione purissima. Effimera polvere di luna che soffio via a fatica dalle ciglia, dai capelli, dalle mani, dalle labbra, per lasciar trasparire questa sembianza densa.
- “Sono reale. Davvero! credetemi. E se non potete credermi, sussurratemi parole d’affetto, fanno bene alle ossa, l’ho scoperto da poco.”
Voi mi guardate con aria sospesa. Ma appena aprite bocca scompare. Scompare tutto di voi, anche il cuore. È un meccanismo da burattinai, funziona per far funzionare la commedia. Non c’è nient’altro di più importante del canovaccio di Mangiafoco. L’ho visto fare tante volte. La maggior parte ci costruisce sopra un’intera esistenza.
- “Lo spettacolo sta per iniziare!”
Vi sorprendo a fissarmi, sembrate uscito da una caverna.
Un altro risveglio. Vivide immagini permangono, aleggiano intorno, un viso, un’immagine persistente. Poi tutto si confonde. C’era una volpe o una fata? Un bosco, un cacciatore? Poco importa, nella veglia ogni cosa cristallizza. Scrivo, annoto, disegno. Continuo a sognare.
All’incrocio delle mura dell’Eurialo si apre un panorama. In quel crocicchio la vedo ogni giorno muoversi e muggire – Ecate la nera – che finge se stessa al pascolo. Ma c’è un istante in cui il campanaccio risuona e lei scompare. E in quel punto, nel punto più alto dell’Epipoli, si apre un varco: appare una scalinata bianca e grande e antica che finisce dentro un mare impossibile e scende giù. L’acqua è trasparente e luminosa. Le onde lambiscono gli scalini fino a sfiorarmi i piedi, e io me ne sto lì, seduta, a riempirmene gli occhi. Vedo il fondale con una vista amplificata, penetro il mare terso come il cristallo e vedo, vedo chiaro e definito il fondale e tutti i suoi pesci, allegri e fluttuanti. Provo stupore e mi chiedo come mai non l’ho visto prima? come mai non ho visto prima questo luogo? Ma anche adesso, da sveglia, quella la sensazione di stupore mi è rimasta dentro, come una spina conficcata nel costato. Quello stordimento dell’essere stupiti, o stupidi – in fondo è lo stesso (la radice è quella!) – mi tiene sul precipizio, sospesa, come in un sogno, appunto. O forse è l’incanto di Ecate, la Signora delle Direzioni.
Continuo a ripercorre il viale, dossi e curve, e poi, buche e incroci. Su e giù, tutto il tempo, come un mantra. Mentre il cielo azzurro toglie potenza alla mente e allarga il cuore.
Quando arrivo nel quartiere vecchio, il sole delle dieci ridipinge le facciate, splendono bianche le lenzuola appena stese. La tipografia è chiusa. Una bambina accanto a un portone spalancato mi sorride senza motivo. Si avvicina, mi prende per mano. Io e lei ce ne andiamo per le vie. La bambina ha una voce che conosco, le racconto una storia, passeggiamo, arriviamo fino al mare. Poi silenzio. E lei: “Ho ancora fame. Raccontamene un’altra.” Prendo una delle mele che ho in borsa, la più bella, la do a lei.
La Biblioteca di Nemo
piaciuto tanto 🙂
Bellissima! Con entusiasmo ho colto squarci inediti & magici della mia città.