Prima dell’Autunno

C’è un giorno di agosto, uno che non dirò, in cui mi si apre una finestra sullo sterno. Confondo la luce che mi arriva da lì dentro, con la luce abbagliante sulla spiaggia deserta, e poi, una volta immersa in mare, quella luce diventa una voce. Il mio corpo è sospeso nell’acqua. Chiudo gli occhi: “Ti ricordi? Ti ricordi l’attimo prima? Ti ho sfiorato le labbra, ho premuto sul centro, poi ti ho sorriso. Da lì a poco avresti visto tutto. E di me, ti sarebbe rimasta la sensazione di un alone, come quando, in quella camera, polvere e luce giocano insieme”.

Ora sono sdraiata sul letto, con i capelli fluttuanti come fossero ancora sott’acqua. Sono immobile con gli occhi chiusi. La stanchezza mi tiene inerte e la pelle mi brucia. L’unica cosa che riesco a muovere è l’alluce del piede sinistro. E poi spalanco gli occhi e mi dico: cosa stai facendo? cosa stai facendo? Ho una stranezza addosso, come quando per un momento ci si sveglia dopo aver dormito a lungo. Un attimo di chiarità. Poi tutto collassa. Continuo a dormire, la luce che filtra dalle persiane diventa sempre più compatta e obliqua, mi accarezza il corpo, le lunghe dita di luce mi sfiorano. E io mi sento di nuovo a casa.

In quel giorno di agosto, sempre lo stesso, è come se nascesse dentro di me una parte staccata da me, ma è più grande e più luminosa e mi guarda dal soffitto mentre dormo o sogno. Non ne ho mai visto la figura, ma sento tutta la vibrazione del suo esserci. È mia. Sono io? o chi? Questa sensazione si espande, si dilata, mi racconta storie. Lo ha sempre fatto, fin dal primo giorno. Storie su storie, che conosco bene solo quando sono dall’altra parte, immersa. Squilla il telefono, l’apnea ora è respiro, apro gli occhi, dimentico tutto. Il telefono squilla sempre in certe occasioni, e quando indugio se rispondere … immagino sempre che dall’altra parte ci sia solo fruscio.

I giorni successivi sono sereni, cadenzati, vuoti. Tutto continua, le chiavi dentro il cestino, la bicicletta scolorita, lo zaino con gli album da disegno imbrattati. Me ne vado lì dove finiscono le case e inizia il precipizio, e lì mi metto a disegnare mani e alberi. Quel luogo – quel precipizio – nei miei sogni è sempre baciato dal mare. Ma nella veglia ci sono solo piantaggioni di fragole e arbusti verdeargento. Lo spazio attorno è allargato, si vede tutto, anche le montagne. Poi, arriva sempre quel tramonto rosso fuoco a preannunciare l’autunno: la stagione che mi ha catturata. E l’attendo sempre perché è l’unica via per restare aggrappati qui, in questo luogo, a cui non appartengo.

La prima pioggia lava via tutto. L’estate continua dentro la boccia di vetro che ho riempito di sabbia e conchiglie, dentro c’è una perla nascosta. Il vento apre e chiude le porte senza permesso, i mobili scricchiolano, la tenda si alza come una vela. Ritorno nel mondo. E sento che quelle storie dovrei raccontarle a qualcuno, a chi? Ma poi, chiudo i quaderni, bevo dal bicchiere azzurro, spengo l’interruttore. Mi addormento con le cuffie, il buio della camera soffia le immagini di un tempo che non ho mai vissuto. Quelle melodie così familiari predicono un nuovo giro, una rivoluzione. La maglia mi si attorciglia addosso, mi stringe il petto, il lenzuolo è lì per terra. Disegno con le dita gli aloni di luna sul pavimento.

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