Malefica

La porta di ogni fiaba sta in cima alla sua storia. Ci si precipita dal “C’era una volta” e si scivola giù dentro quel mondo. Ma le fiabe sono maglie mai finite, basta raccogliere il filo che pende e seguirlo all’interno del groviglio, per scoprirci dentro una vecchia storia, e vederla come mai era stata vista. Dunque, se la formula inaugurale si rinnova, la trasformazione è in atto:

“Lasciate che di nuovo vi narri una vecchia storia. E si vedrà quanto bene la conosciate.”

Abbandonarsi alla storia è concesso, anzi è diritto, ma l’avvertenza parla chiaro, la storia si racconta di nuovo perché “si vedrà” se è conosciuta bene, l’uso del futuro preannuncia qualcosa che ancora non c’è, ma che verrà districato poco a poco. E se è vero che ogni fiaba è l’invenzione di un destino, fate attenzione a questa, perché c’è ancora molto da scoprire.

 

La fiaba in questione è Maleficent, film Disney diretto da Robert Stromberg e sceneggiato da Linda Woolverton, un remake/spin-off della Bella addormentata nel bosco. A mettere a confronto le due fiabe, analizzandone con cura gli aspetti psicanalitici è Maura Gancitano nel suo intenso e appassionato saggio intitolato Malefica (Tlon edizioni). L’autrice mette a disposizione del lettore gli strumenti necessari per leggere la fiaba sotto un profilo inerente alla psicologia del profondo. Nel corso dell’analisi, tra gli studiosi citati, emerge in particolar modo Marie Louise von Franz, allieva e collaboratrice di Carl Gustave Jung, autrice di molte opere sulla dimensione psichica della favola.

Il primo grande tema del saggio è la ‘rinarrazione’. Nessuno fino ad ora aveva raccontato in ‘questo modo’ la storia. Si sa, le varianti delle fiabe sono un territorio sconfinato, il tessuto linguistico e l’epoca che le ha partorite sono elementi ineludibili, ma il fuoco di ogni fiaba è un’impronta archetipica che ne costituisce la struttura essenziale al di là della forma stessa. Già al suo primo apparire La Bella addormentata nel bosco presentava delle ‘mancanze’, dei ‘vuoti’, si avvertiva che qualcosa era stato taciuto e dimenticato, come scrive l’autrice: “un’occasione catartica mancata, una fessura nella storia che, però, né i fratelli Grimm né Disney hanno potuto rilevare”. I contenuti inespressi aspettavano di venire alla luce, aspettavano di ‘esprimersi’ e probabilmente solo adesso, solo in una società così spiccatamente in divenire hanno trovato una voce. Entrando nel merito della questione, notiamo subito che l’elemento ‘dimenticato’ è un atto tragico: una ferita. Malefica (la strega cattiva non invitata al castello) ha subito un oltraggio proprio da colui che era destinato ad esser l’eroe. Stefano, attraverso un inganno, recide le ali della fata per poter diventare Re, e con tale gesto tradisce la sua Anima, in nome di un potere temporale, in nome di un solo regno, quello materiale. L’eroe diventa vittima di se stesso, congelato nel proprio castello, non riesce più a riconciliarsi con l’altro mondo, diverso sarà invece il percorso della protagonista.

L’autrice si sofferma sull’urlo del “corpo di dolore” di Malefica, “un urlo che riporta a galla tutto il dolore accumulato nella storia a causa del tradimento: dell’uomo nei confronti della propria parte spirituale (femminile), dell’uomo nei confronti della donna.” Ecco dunque lo scaturire della rabbia, della cattiveria. Ecco che Malefica diventa malefica. Fino ad ora la madre terribile, la strega cattiva era stata vista entro una forma statica e asciutta, ma oggi possiamo riscoprire che essa appartiene a una costellazione archetipica dove i poli negativo e positivo giocano la partita dell’evoluzione e della creazione. È bene sottolineare, che le due energie in conflitto/confronto sono in primis l’Anima e l’Animus che formano ciascun individuo.

Le fiabe hanno il potere di incantarci poiché sono in dialogo con la parte più misteriosa della nostra psiche, la loro forma è la proiezione dei grandi archetipi universali, il femminile e il maschile, che hanno partecipato e continuano a partecipare allo sviluppo della coscienza umana. All’inizio questi due principi erano miscelati insieme in uno stato uroborico, poi è iniziata la differenziazione, fino a che il principio maschile si è imposto sul femminile, dapprima per spinta necessaria ma poi, prevaricandolo e sottomettendolo, e quindi in fine, imponendosi come unico ordine, quello di stampo patriarcale appunto, che tutt’oggi persiste nell’odierna società. L’urgenza dunque di rinarrare le storie nasce proprio dalla volontà di superarsi, di oltrepassare il dominio del patriarcato, e non per far prevalere la controparte, ma per creare un nuovo equilibrio. Ed è proprio qui, in questo capovolgimento che si opera la trasformazione della rabbia femminile, che si opera l’evoluzione della coscienza dell’individuo e del collettivo, della donna e dell’uomo.

Nel testo l’autrice pone l’accento sul mito della Donna Selvaggia, riferendosi ad antiche dee come Artemide e Ishtar, o a figure mitiche come Lilith e Arianna. Ognuna di esse è emblema della potenza dell’elemento femminile nel suo più oscuro e magnifico mistero. Solo per fare qualche cenno, l’impavida indipendenza di Artemide e la traboccante potenza erotica di Ishtar sono elementi che sono stati banditi e ridimensionati entro l’ordine patriarcale. Elementi che chiedono di riemergere e riformularsi entro un nuovo disegno, un disegno che prevede da una parte l’accoglienza della natura magica, l’apertura alla conoscenza, dare spazio a una dimensione psichica di cui non si conosce ancora la potenza, ma a cui ci si affida; e dall’altra, il dominio degli istinti, domare l’incendio, ricucire il percorso, distillare il dolore, trasformare la rabbia in amore. In una delle scene finali del film, quando la ‘fata madrina’ si leva nuovamente in volo sopra le nuvole, poiché il suo ‘cuore’ è stato sanato e le sue ‘ali’ ricongiunte, ho pensato a un’altra antica immagine, quella di Iside, nell’iconografia della dea alata che racchiude tra le corna bovine il disco solare, la dea rappresenta la complessità dell’archetipo della Grande Madre. È quindi una figura compiuta, totale. Ma, è bene ricordare, che tutto ciò si è potuto operare solo dopo un grande avvento: la comparsa di un amore nuovo, quello di Malefica per Aurora, che sembra “il più vero poiché rappresenta un tipo di amore che non c’era, che finalmente si è manifestato e che dunque può dare vita a un mondo nuovo: il femminile avverso al femminile si è riconciliato, la matrigna cattiva è diventata davvero la fata madrina. La potenza di questa mutazione è la sola in grado di rompere l’incantesimo, cioè la cristallizzazione del conflitto uomo/donna, maschile/femminile, materiale/spirituale. Forse è avvenuta la piena incarnazione femminile, quella che ancora non c’era stata”. Quest’incarnazione è Aurora che regnerà sui due mondi attraverso una trasvalutazione di tutti i valori.

 

Le migliori scoperte si affidano a qualcosa che tiene in considerazione due slanci, due energie. Quello che le fiabe raccontano, e quello che ci raccontiamo quando le leggiamo, sono elementi di forza che vanno riconosciuti e ricostituiti. Il saggio della Gancitano mette in risalto un tema intimo, delicato e imminente, un tema a cui dobbiamo accordare un’attenzione speciale, poiché ci permette di sciogliere questioni irrisolte e ci dà la possibilità di liberare una nuova configurazione dell’individuo, e dunque della collettività.

 

 

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